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Riflessioni sulla morte di un agente

Riflessioni sulla morte di un agente

(lawofficer.com, 28.02.2016)

 

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Ashley Guindon, 29 anni, agente del Prince William County Police Department, Virginia, uccisa durante il suo primo turno di servizio mentre rispondeva ad una chiamata 911 per lite familiare il 27 febbraio 2016.

 

Le notizia arrivavano lentamente. Dapprima, ho iniziato a ricevere messaggi dagli agenti miei colleghi che lavorano sul turno opposto. Poi mia moglie mi ha mostrato un post di Facebook. Tre agenti erano stati colpiti, ed uno stava lottando tra la vita e la morte. Ho sentito una fitta allo stomaco. La sparatoria è avvenuta a circa 15 miglia da casa mia. Mia moglie lavora con una persona il cui marito è poliziotto a Prince William County e io mi sono addestrato di recente con alcuni agenti di laggiù. Li ho sempre trovati competenti e professionali. Mia moglie ha iniziato a a farmi delle domande, via via che lei ed io guardavamo la storia dell’ultima ora nei notiziari locali.

“Le chiamate domestiche sono sempre così?...Come fate a sapere se la persona ha un’arma? … Che tipo d’informazioni ricevete quando rispondete a queste chiamate?,” erano solo alcune delle domande che mi poneva mia moglie.

Non sapevo davvero come rispondere alle sue domande. Come posso spiegare il lavoro di polizia a qualcuno che non è un poliziotto?

Non conoscevo l’Agente Ashley Guindon. Ma lei portava un distintivo ed era un poliziotto così come me. Questo vuol dire avere molto in comune per coloro che conoscono il mestiere. Stava rispondendo alle segnalazioni di una lite domestica. Sono stato nei suoi panni molte volte ed ho risposto a chiamate per liti domestiche di tipo analogo dozzine e dozzine di volte nella mia carriera.

“Unità...rispondere ad una situazione domestica. 123 Main Street, uomo e donna che discutono. Non ci sono ulteriori informazioni.”

Ho spiegato a mia moglie che si interviene là dove si viene inviati e si cerca di capire. Ho detto a mia moglie che sulle chiamate familiari qualche volta sei in parte Priest (un sacerdote cacciatore di vampiri nell’omonimo film), in parte Dr. Phil (Phil McGraw, uno psicologo e attore che interpreta se stesso in numerose serie tv americane), in parte Oprah (Oprah Winfrey, famosa conduttrice di un talk-show negli Usa che affrontava tematiche sociali anche scottanti, le cui edizioni si sono susseguite per ben 25 anni), ed in parte John Wayne. Qualche volta sei tutti questi messi insieme.

Ma resta sempre difficile spiegarlo a qualcuno che non è un poliziotto.

Le forze dell’ordine sono state sotto attento esame molto spesso negli ultimi tempi. Alcuni hanno chiesto quando è iniziata questa indagine minuziosa. Ho sentito colleghi agenti che dicono sia iniziata dopo Ferguson (morte di un giovane di colore, Michael Brown, durante un’azione di polizia nel 2014). Altri dicono che è stato a causa di Baltimore (i violenti scontri che seguirono alla morte di un altro giovane di colore, Freddie Gray, arrestato dalla polizia e gravemente ferito al collo e alla schiena). Ho anche sentito altri agenti dire che è iniziato dopo Rodney King (un uomo di colore che venne duramente pestato da un nutrito gruppo di poliziotti, mentre la scena veniva ripresa con una videocamera da un testimone e divenne così la scintilla per una violenta serie di disordini, andati poi sotto il nome di “Rivolta di Los Angeles (Los Angeles Riots)”. A prescindere da dove sia scaturita questa particolare attenzione, una cosa è certa. Gli Americani stanno mettendo in discussione il ruolo della polizia nella società e si stanno interrogando anche sul modo in cui vogliono essere controllati.

E’ paradossale che i criminali e il male non stiano discutendo loro stessi come vogliono essere controllati. Semplicemente non riesco a comprendere che cosa spingerebbe qualcuno ad uccidere la moglie, con il loro figlio di 11 anni in casa, poi ad uccidere un agente di polizia ed a sparare ad altri due. L’unico modo in cui riesco ad elaborare la situazione è chiamarla malvagità.

La cattiveria è sempre là fuori e qualcuno deve rispondere alla chiamata per combatterla.

Ashley Guindon ha risposto alla chiamata ed ha pagato con la sua stessa vita.

Non sempre facciamo cose giuste nelle forze di polizia. In realtà, qualche volta le facciamo in modo davvero sbagliato. Internet è piena di storie virali nelle news su poliziotti che hanno spruzzato spray irritanti contro un bambino di 11 anni, o gettato a terra ed ammanettato persone anziane. Quando le forze di polizia agiscono nel modo sbagliato, penso decisamente che debbano essere ritenute responsabili, sia professionalmente che legalmente. Ma facciamo anche molte cose giuste che non fanno mai notizia. Nelle scorse settimane, nel mio dipartimento, sono stato testimone di incredibili atti di coraggio ed eroismo. Ho visto un supervisore per il quale ho grande rispetto, reputato come un tipo molto determinato quando necessario, dissuadere una ragazza che stava per buttarsi da un cavalcavia. Ho visto questo supervisore che le parlava sul ponte prima che saltasse, poi abbracciarla mentre lei piangeva a dirotto. L’ha abbracciata, messa nella sua macchina e poi l’ha personalmente portata all’ospedale per vedere un consulente di salute mentale.

Ho assistito di recente al salvataggio della vita di due vittime ferite da parte di un altro agente. Questo agente ha impiegato tecniche per il trattamento di emergenza delle ferite ed applicato lacci emostatici (tipo tourniquet) e compressioni con garze per fermare l’emorragia. Questi feriti sarebbero morti senza il trattamento immediato delle ferite che questo agente ha effettuato. Dopo l’intervento, si è lavato le mani, ha coadiuvato le indagini, poi ha continuato il suo turno. Ci sono altre segnalazioni da gestire, altri controlli domiciliari da effettuare, altre chiamate a cui rispondere.

Questi atti di eroismo non passeranno sul telegiornale della sera. Sono solo parte del lavoro. Questa è la vita di un’agente di polizia.

Di recente, qualcuno sui media ha indicato come il mestiere di poliziotto non sia più veramente pericoloso. Sono rimasto disgustato quando ho letto sul Washington Post esempi di queste storie che l’atteggiamento mentale orientato alla sicurezza che gli agenti impiegano potrebbe allontanarli dal rapporto con la comunità, dato che la cultura è cambiata rendendo il mestiere più sicuro.

E’ una cosa priva di senso! Anche se le forze di polizia hanno fatto di tutto per rendere la professione più sicura, non ne hanno il merito. In che modo la cultura potrebbe averlo? Adesso ci sono alcuni che chiedono che il vero addestramento che ha aiutato le forze di polizia ad essere più sicure venga abolito. La stupidità non si ferma mai.

Ditelo alla famiglia dell’agente Guindon e degli altri due agenti che sono stati colpiti che è tutto più sicuro. Oppure provate a dirlo ai familiari delle centinaia di altri agenti di polizia uccisi, feriti o menomati. Diteglielo che il mestiere di polizia è più sicuro. Ritengo che la professione di polizia non sia più sicura adesso di quanto non lo fosse 10 o 15 anni fa. Penso che il lavoro di polizia sia divenuto più professionale e che abbiamo tratto lezione dai tragici incidenti in cui sono stati uccisi o feriti degli agenti.

Le domande che gli Americani stanno ponendo sul ruolo della polizia nella società probabilmente continueranno per qualche tempo. Nel frattempo, è importante piangere la scomparsa dell’Agente Guindon, celebrare la sua vita e il suo estremo sacrificio. Se vedete un agente di polizia nella vostra comunità, prendete in considerazione di far loro sapere che apprezzate quello che fanno. Non comprate loro una tazza di caffè, il pranzo o la cena. Basta semplicemente dire grazie e cercare di ricordare che, mentre noi come nazione cerchiamo di capire chi vogliamo che siano le nostre forze di polizia e come vogliamo che intervengano, ci sono persone come l’Agente Guindon là fuori ogni giorno per rispondere alla chiamata di qualcuno che chiede aiuto.

 

William Gage è un esperto e decorato professionista delle forze dell’ordine che di recente è tornato al servizio di polizia locale con il Leesburg VA Police Department, dopo 12 anni di carriera come Special Agent nello United States Secret Service. Durante i suoi 12 anni con il Secret Service, è stato destinatario di numerosi riconoscimenti per eccellenza nell’attività investigativa e di protezione. Ha partecipato a centinaia di missioni di protezione ed ha effettuato numerosi servizi di prevenzione per la tutela in patria ed all’estero per il Presidente, il Vice-Presidente ed altre personalità. Tra questi servizi sono incluse missioni di tutela in aree ostili come Iraq e Afghanistan. William ha prestato servizio anche come Agente Responsabile della Prevenzione Tattica in occasione di numerosi Eventi Speciali di Sicurezza Nazionale (NSSEs) e servito anche come Team Leader nell’élite del Counter Assault Team (CAT) concentrandosi sulla risposta agli active shooter, sul contenimento della minaccia e sulla pianificazione per la Casa Bianca ed altri uffici e servizi dello U.S. Government. Prima di entrare nel Secret Service, William era Agente di Polizia a Leesburg, Virginia dove ha ricevuto riconoscimenti per azioni eccezionali. Durante il periodo come agente di polizia ha prestato servizio nella SWAT e come agente ciclista. E’ tornato alla polizia locale nel 2013, rientrando al Leesburg Police Department e lavora adesso di pattuglia. William lavora anche come consulente in materia di active shooter e sicurezza con diverse aziende, tra cui PSIG, BLR e Willis. Ha tenuto numerose conferenze pubbliche sulla consapevolezza in materia di active shooter, addestramento e preparazione ed è apparso in numerosi altri servizi sui media, tra cui CNN e CSPAN. Aiuta inoltre delle attività produttive sotto il profilo della continuità nella pianficazione operativa e nella logistica. Scrive per numerose riviste di polizia e sicurezza, tra cui Law Officer, Police One, Tactical Solutions Magazine, ed altre. Ha ottenuto un Bachelor of Arts (B.A.) dal Virginia Military Institute, ed un Master of Arts (M.A.) dalla Boston University.

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